Calati Juncu. Noi Siciliani: Siamo Come Siamo!
Quando mi sono ficcato in testa di rimurginare, quasi alla stregua di un ruminante, tutto il mio passato, mi sono detto: quantu haiu statu sceccu, chinu di debiti, assicutatu di li causi e odiatu di chiddri ca cuntanu.
Però, chi suddispazioni!
Tri voti sinnacu!
Qualcuno continua a dirmi ed a cantarmi: non ti sopporto più, davvero!
Spesso, come se si trattasse di un gioco prestabilito, alcuni, giustamente, dal loro punto di vista, si dimenano mentalmente e con una certa ferocia verbale pensano e dicono: si po sapiri quannu tocca a mia!
Un po’ tra deliri onirici, un po’ attraverso qualche brutale scherzo verbale o scritto, insomma, si infoltisce la schiera di coloro che si ammantano di una sorta di presunta aurea mediocritas, buona a scongiurare qualsiasi pretesa di aristocrazia culturale. Aristocrazia che è pur sempre fortemente voluta da un popolo culturalmente attrezzato e carico di profondi valori che, della tolleranza, ne ha fatto una bandiera da sventolare sui pinnacoli e le vette più alte del cosiddetto potere costituito.
Basti pensare allo stemma del Municipio che rappresento, per farsi una delle tante idee di che cosa realmente significa quel vessillo, quello stemma araldico raffigurante un uomo nudo di fronte alla torre antica del potere, nell’atto di imporre con il dito indice accostato al naso, un secolare silenzio, esplicitato da una scritta evocativa di una specie di eterno e siderale mutismo, non tanto apocalittico, bensì universale: obmutui et silui –cor meum enituit (muto, silente, l’animo o il cuore, se preferite,splendette, si rinvigorì).
Come dire che il silenzio conferisce la vera forza in questo mondo di cui, serberemo soltanto un silenzioso ricordo eterno quando, trapassando il confine ‘ce ne ricorderemo di questo pianeta’.
Ed il vero problema è il confine, tra vita e morte, tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, tra ciò che è tuo e ciò che è mio.
In quest’ultimo caso, dobbiamo scomodare la cultura contadina, con i suoi limmita e filazzola e le conseguenti liti giudiziarie.
Ma la controversia è sempre la stessa, la vertenza riguarda il senso del possesso, sia di un bene materiale, quale può essere un fazzoletto di terra, sia lo stesso diritto di continuare a vivere, che, a volte, viene messo in discussione proprio per difendere il proprio limmitu. In Sicilia il confine del mio terreno spesso coincide con il limite estremo della mia vita, sacrificata per difendere ciò che ho, la terra che mi appartiene, che possiedo o dalla quale, in fin dei conti sono posseduto, persino mentalmente, tanto da morire per lei, per non perderne neanche un centimetro quadrato.
Sempre di lu limmitu, di lu filazzuolu, si parte, quando inizia una tragedia.
E non bisogna essere Eschilo, Sofocle o Euripide, per vivere una tragedia in Sicilia.
Vero è che tra le tante origini, più o meno bastarde, noi siciliani annoveriamo anche quelle greche, ma è altrettanto vero che le nostre contraddizioni ci inducono a farci la guerra tra noi.
In compenso siamo sempre pronti ad accogliere a braccia aperte qualsiasi colonizzatore di ieri o di oggi.
Siamo esterofili, ospitali e remissivi a tal punto che, tra i tanti detti ne abbiamo coniato uno che, più degli altri, la dice lunga sulla nostra accondiscendenza verso qualsiasi sopruso od angheria: calati iuncu ca passa la china.
Pensate alla piena invernale dei torrenti siciliani ed a quei giunchi che si piegano ma non si spezzano, sotto la forza della terribile corrente.
Che ci vogliamo fare, dobbiamo stare in silenzio e piegarci ad ogni evenienza, sia bella che brutta.
Abbiamo solo da aspettare.
Poi, possiamo ricominciare a stare in silenzio ed a piegarci un’altra volta ed un’altra volta ancora, continuando ad aspettare.
Sicilia chianci!
Non è proprio così.
Questo è ciò che qualcuno vorrebbe continuare a perpetrare, senza impeti e clamori particolari, tenendo fede ad antichi avvertimenti.
Ci riferiamo a quando si diceva che in Sicilia con i baroni si è tutto, senza i baroni si è niente.
In altri termini, noi Siciliani, abbiamo bisogno sempre di un padrone anche se, come servi non siamo poi così fedeli.
Siamo infidi?
Non lo so.
Siamo sinceri?
Ne dubito.
Riusciamo ad amare noi stessi?
Forse si, ma a volte in maniera distorta.
Quanta letteratura di impegno o di evasione è stata prodotta e diffusa per onorare la cosiddetta retorica dell’occultamento.
Parlando troppo di noi, a volte ci facciamo trascinare da fiumi di parole in libertà, inondando la nostra terra di vuote chiacchiere.
Ma, come si suole dire: li chiacchiari unni inchinu panza.
Perciò passiamo ai contenuti.
SOGNO
Il sogno di un popolo è quello di sperare in un futuro diverso e migliore.
Così inizia ogni avventura politica.
Si fa prefigurare un affabulante, immaginifico, radioso futuro.
Si fa leva sull’orgoglio infranto, sulle ferite ancora vive, non cicatrizzate dal tempo, sulla voglia di rifarsi e di, finalmente, rispondere ai colpi inferti dagli avversari o piuttosto da un cinico e crudele destino.
Se non si riesce ad infondere una prorompente voglia di cambiamento, in meglio, naturalmente, difficilmente si riesce a far breccia sulle menti e, soprattutto, sui cuori della gente.
Si è perso solo tempo!
Attenzione, le raccomandazioni che ho fin qui esposto non vorrei avessero il sapore della classica presa in giro.
In verità vi dico che ci ho sempre creduto, sono stato animato da una fervida passione per il cambiamento ed il progresso, nel tentativo di migliorare le sorti individuali e collettive di una realtà, qual è quella di Racalmuto, all’interno della quale, con la meravigliosa gente che la caratterizza, abbiamo instaurato uno stupendo rapporto che ci ha visti protagonisti di momenti di grande gioia; anche quando eravamo, o lo siamo ancora, reduci di grandi dolori o tragedie umane.
L’alba di un lungo percorso spunta allorquando un mio vitale rifugio era costituito da un’insolita fuga dalla scuola, vista da me, sin dall’infanzia, allo stesso modo dei Pink Floyd, come ‘another brick in the wall’, l’ennesimo mattone che contribuisce ad istituzionalizzare le umane incomunicabilità.
Io che non avevo frequentato la scuola materna, abituato a scorazzare in mezzo alle campagne del mio paese o a perdermi tra vicoli, strade e piazze, sin dalla tenera età di quattro anni, all’improvviso, a sei anni, mi sono ritrovato, come un recluso, tra quelle quattro mura di un’aula scolastica, in cui entravo dalla porta e scappavo dalla finestra.
La mia non voleva essere una fuga dalla realtà, piuttosto era una strenua volontà di reimmergermi nel mio mondo, fatto di solitarie ritrosie verso le cristallizzazioni istituzionali.
RIBELLIONE: FORSE SI – FORSE NO – FORSE FORSE!
Bisogna dire Basta!!! Basta alla mortificazione di giovani in cerca di un lavoro che non trovano, fatto questo che riempie di angoscia, che fa piangere le madri e i padri di intere famiglie che, tristemente, vedono i loro figli andar via disperati in cerca di migliori fortune.
Intanto una manica di politici “imbecilli” condizionano il mondo imprenditoriale e quello delle professioni.
Si continua ad offendere l’intelligenza di una nuova generazione che, intellettualmente, è molto più avanti di una classe politica inadeguata, fuori dal tempo, e, soprattutto terribilmente ignorante, avida, e rosa da sterili invidie e da strumentali contrapposizioni.
Bisogna sconfiggere quei gretti e miseri interessi di parte o di partito, il cui respiro assai corto si riduce nell’offerta di un offensivo contributo assistenziale a giovani e famiglie, per assicurare solo una momentanea sopravvivenza economica, nel corso delle varie campagne elettorali.
E poi? Nulla!!! In altri termini questa pratica pseudo politico-elettorale si definirebbe con quell’unico nome di “COMPRAVENDITA DI VOTI” .
A che cosa servono le nostre risorse naturali, le nostre coste, le spiagge, le riserve naturali, i meravigliosi siti archeologici: la valle dei templi e i ritrovamenti sicani, i nostri centri storici, i castelli, le chiese, i musei, le opere d’arte, le risorse del sottosuolo: il sale e il petrolio; e poi il grano, la serricoltura, le mandorle, i carciofi, le arance, le pesche, l’olio, l’uva, il vino che produciamo, la pesca od, il turismo balneare e quello culturale.
Questi dovrebbero essere i nostri punti di forza, le nostre eccellenze.
Ma tutto questo ben di Dio sembra disarticolato, inanimato.
Chissà perché?
Forse, in verità non si riesce a piazzare il prodotto più importante, il più genuino, quello che ci sta più a cuore, è cioè la grande voglia di fare, l’intraprendenza, l’intelligenza e l’entusiasmo dei nostri giovani.
Quando pensiamo alle nuove generazioni un senso di grande frustrazione e di vera angoscia esistenziale, come un morbo che ci assale.
Questa è la vera scommessa, liberare le coscienze dei nostri giovani, allargare i nostri orizzonti mentali, per partecipare tutti quanti ad un armonico sviluppo sociale e culturale oltre che squisitamente economico.
Noi, protagonisti, vecchi e giovani, animati da un grande sentimento di amore verso una realtà che non può continuare ad essere terra di nessuno.
E’ la nostra terra che in passato è stata culla delle più grandi civiltà del Mediterraneo e che va liberata dalla barbarie, dall’ignoranza, dai rancori, dai veti incrociati, dalla miseria umana di un ceto politico incapace “di intendere e di volere”.
Questi sono gli elementi di un’imperante negazione dei valori e del rispetto della dignità umana che rappresentano il vero ostacolo allo sviluppo, quello vero, quello autentico.
La nostra, o se preferite la Vostra proposta politica è intrisa di saldi valori etici, innestati in varie culture, da quella cristiana a quelle di tutte le dottrine evangeliche, che possono sposarsi tranquillamente con gli ideali propri delle moderne democrazie occidentali e con le istanze liberali e socialiste.
Vogliamo fare appello a quell’indispensabile spirito di solidarietà sociale, quale antidoto contro ogni forma di egoismo e di contrapposizione ideologica meramente strumentale.
Con estrema franchezza Vogliamo privilegiare, realmente, la politica del fare.
Noi aggiungiamo del fare bene!!!
Ci anima una speranza, quella di difendere qualsivoglia inalienabile diritto di ogni donna e di ogni uomo ed il richiamo al senso di responsabilità, individuale e collettiva, nel pieno rispetto di una giustizia sociale da sempre negata nelle Regioni del Sud, succubi di uomini senza scrupoli che strumentalizzano anche i bisogni primari della gente, persino il diritto alla sopravvivenza.
Akragas, “la più bella città dei mortali”, così declamata dal poeta Pindaro.
Agrigento e la sua provincia, debbono rimanere sempre agli ultimi posti per qualità della vita e ricchezza pro-capite?
Che nostalgia, che pena, che rabbia.
Dai mari di Sciacca sino a Licata, o viaggiando verso l’interno, tra le colline e i monti “Sicani”, come si sol dire, “ LA FAMI SI PALIA”.
Mamma ho perso l’aereo!
Sono trascorsi quasi tredici anni da quando l’amico Enzo Fontana, con la sua supponenza, la sua voce baritonale, un timbro “monocorde” e così cupo da far incupire, assieme a tanti altri tromboni, tutti quanti, giovani e meno giovani, annunciava sempre la lieta novella di sempre. Ad ogni campagna elettorale ci stonava la tesata con il solito, ormai ridicolo, ritornello dell’aeroporto di Racalmuto.
Idea fantomatica, quanto bislacca, quella di spendere alcuni milioni di euro facendo intendere “ ca lù sceccu vola”.
Con tanto di società e con un esplosivo progetto, calato sopra il metanodotto italo-algerino, si voleva realizzare una struttura aeroportuale su una collina, costellata da un centinaio di villette, tra le quali la settecentesca villa di un mecenate e sagace amministratore di Racalmuto, tal Gaspare Matrona, nonché la casa dello scrittore Leonardo Sciascia. Lo scempio avrebbe pure riguardato, ovviamente, la devastazione di centinaia di ettari di fertilissimo terreno su cui insistono ulivi secolari e vigneti che producono uno dei più famosi vini rossi siciliani di alta collina: il rosso della noce, la cui omonima contrada è stata immortalata in diverse opere letterarie proprio dal grande scrittore di Racalmuto.
Alla pari della casa natale dello scrittore Luigi Pirandello, quel luogo era, ed è, uno dei “cenacoli” culturali per eccellenza.
Proprio in quel posto albergava ciò che si direbbe il “Genius loci”. Si traeva ispirazione nel bel mezzo di una suggestiva campagna, meta ancora oggi di villeggianti e visitatori provenienti da ogni parte del mondo.
Tutto ciò avrebbe dovuto diventare luogo di “demolizioni, devastazione e macerie”.
Il tutto per consentire a qualche “SCECCU CU LU SIDDUNI” di volare verso Roma, per scaldare un seggio in parlamento.
Da anni tento di far cambiare il sito per la realizzazione dell’aeroporto, spostandolo a qualche chilometro di distanza in direzione di alcuni terreni incolti o meglio, verso il mare.
I nuovi “Barbari”, malgrado siano stati al governo della provincia per dieci anni, in quello della Regione con Cuffaro per sette anni, in quello nazionale con Berlusconi, anziché spostare la collocazione del nascituro aeroporto in altro luogo, si sono spostati loro.
Che almeno tolgano il disturbo e risarciscano i miei concittadini per il danno arrecato ingiustamente da una “spada di Damocle” chiamata “AEROPORTO SI’!!! NO!!! FORSE!!!”.
Indecisione ed incertezza, che ha distrutto anche l’economia dell’intera area, irrimediabilmente deprezzata e depauperata e, dove, nessuno più si insedia, dimostrando il totale disinteresse sia nel comprare che nel vendere.
Anzi da quella “disgraziata” area, un tempo isola felice, stanno letteralmente scappando tutti quanti, per il timore che si registri l’ennesima incursione aerea dell’aviazione degli altrettanto aerei imbecilli.
Basterebbe solo questa emblematica vicenda, per mandare a casa l’intera classe politica della provincia agrigentina, quella che siede negli scranni del Parlamento nazionale e quello regionale
Innocenti follie
No!
Innocenti evasioni
Il senso delle cose, dipende dal senso della vita.
E’ come se, ritornando indietro nel tempo e nello spazio, il mondo si raggomitolasse su sé stesso, senza risparmiare il come ed il senso di tutto quanto rimane perpetuamente in bilico su di noi.
Sembra che il mondo si rapprenda in un pestifero coagulo, un buco nero che non ci lascia alcuna speranza per il futuro.
La bocca aperta, nel tentativo di mangiare qualcosa, nel disperato appello alla vita. Speranza vana, amore strano e quanto mai profano.
E’ come se la terra sotto i nostri piedi franasse.
Però non avvertiamo alcun rumore.
Non c’è alcun fracasso.
Il mondo intero ricomincerà a sperare che l’odio e l’invidia suscitino solo vergogna!
Sono morte le speranze di morte!
Sono vive le voglie di vita!
Addio, addio, amore, andiamo via.
Verso il mondo, verso la speranza, verso la vita.
Questo è l’appello, questo è l’incipit, l’inizio del cominciamento.
Ma come, quando, perché siamo ancora qui e non più lì, laddove il mondo si ferma ad ogni istante?
Semmai si può riannodare i fili di un vecchio discorso!
E qual è questo arcano, antico, vecchio discorso?
Pazienza, si tratta di un pensiero del tutto cerebrale!
E’ come se con lena affannata, senza voglia, ma con pazienza, mi accorgo con meraviglia che il mio procedere è sempre intralciato non si sa da chi o da che cosa.
Stiamo vivendo un incubo, nel bel mezzo di un paradosso.
Prima i colpi furenti di una manica di forsennati.
Poi le loro calunnie, i loro strali.
Se si potesse resettare la nostra vita ogni qual volta si rende necessario!
Allora si che si potrebbero correggere tutti gli errori.
Ma ciò non è possibile, perché di vita ce n’è soltanto una.
E come se ancora adesso stessimo a riflettere sulla filosofia dei perché.
Saremmo anacronistici.
Privi di senso.
Questa lunga premessa non so se è servita per sindacare su alcuni sensazioni o sentimenti, propri del fare o dell’essere siciliano.
Sta di fatto che l’età dell’oro, l’età dell’infanzia felice, mi fa venire in mente una canzone: O Bella Ciao.
Correva l’anno 1968, rivoluzione studentesca a parte, era il 25 aprile, stavamo andando incontro al maggio francese.
Classe prima elementare.
Maestro, Eugenio Napoleone Messana.
Pianerottolo del municipio di Racalmuto, ci trovavamo davanti al cippo commemorativo recante la scritta: Alere Flammam Semper.
Tutti quanti ad intonare: O partigiano, portami via, o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao!
E poi!
E poi, niente, Fratelli diItalia, l’Italia s’è desta, dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa.
Dov’è la vittoria che porta la chioma, che è schiava di Roma, Iddio la creò. Si!
Ci eravamo esercitati nel corso dell’anno scolastico per essere pronti in quella fatidica occasione, pensate un po’, si trattava della festa della Liberazione.
Tutti quanti sbagliavamo, al termine dell’inno nazionale, quando al grido finale di Iddio la creò, facevamo seguire l’affermazione si.
Il nostro maestro ci rimproverava, dicendoci che questo si non ci stava.
Ma tutti quanti noi continuavamo sempre a sbagliare e ci ostinavamo a ripetere ed a ‘ncarcari’ quel fatidico si.
Non c’era verso.
Anzi l’unico verso che continuavamo, ossessivamente a ripetere era: ‘Iddio la creò. SI!
Quel si dopo oltre quarant’anni mi fa ancora riflettere!
Ma è andata veramente così?
Oggi si direbbe, parafrasando Vasco Rossi, c’è chi dice si, c’è chi dice no, io non ci credo!
Penso un po’ alla storia della liberazione, alla storia del mio paese, alla storia d’Italia.
Mussolini, Piazzale Loreto, Claretta Petacci, il vilipendio dei cadaveri del Duce e della sua amante, appesi a testa in giù.
Sono immagini, che scorrono nella mia mente, assieme a quel 25 aprile del ’68, quando mi venivano trasmessi i primi valori patriottici, imbevuti di glorie nazionali, con tutto l’armamentario proprio di quei ‘primi vagiti di un ’68, ancora in quel momento, non proprio lungo da venire, ma troppo breve per poterlo dimenticare.
Antonello Venditti, compagno di scuola e poi Rosa Balistreri a seguire.
Non proprio la sera del 25 aprile, ma poco, poco più in là nel tempo.
Mi riferisco ad un I° Maggio di un anno che adesso non ricordo, festa dei lavoratori.
Graffiante e roboante esordio dell’indimenticabile cantante folk licatese sul palco di Racalmuto: Cuvernu talianu ti ringraziu, ca pi pisciari nun si paga daziu e ca pi fari na bona cacata, un cè bisuognu di carta bullata.
E come si può scordare quel mascolino timbro di voce, quella prorompente forza espressiva, quelle fortissime grida, non proprio di manzoniana memoria, anzi tutt’altro, che musicalmente e non solo ti entravano dritto nella testa e nel cuore.
Lei ti incitava ad una profonda ribellione dell’animo che poi si traduceva nelle rivolte capitanate dal vecchio PCI, di cui il mio maestro elementare allora, in quel ‘68, ne era
uno dei leader siciliani.
Pensate, nel dopoguerra, in un paese arretrato, seppur ricco di storia e di storie di sfruttamento, soprusi ed angherie, quel mio maestro non solo per dieci anni fece il sindaco comunista, ma non faceva neanche mistero della sua omosessualità.
Due tabù, due blasfemie, altrove forse imperdonabili, ma non a Racalmuto.
Paese oltremodo tollerante ed aperto, pronto a qualsiasi novità o nuova evenienza!
Eppure il vento soffia ancora!
Dagli anni settanta, ai festival dell’Unità, da Rosa Balistreri agli Intilimani, Racalmuto è sempre qua, pronto ad accogliere la diversità e la ricchezza di una cultura che si trasmette di generazione in generazione.
Correva l’anno 1995, era un anonimo 22 agosto, nessuno se l’aspettava.
15 mila persone a Racalmuto per gli Intilimani che mancavano dall’Italia da parecchio tempo.
Ecco come la storia si ripete, Rosa Balistreri, Intilimani, Messana e dal 1993, qualcuno che non posso citare, anche perché le autocelebrazioni, possono apparire fuori luogo.
Si tratta degli stessi valori, di quella bella ciao, di quei fratelli d’Italia di quei canti rivoluzionari di Rosa, di quegli insegnamenti di uno, che, pensate un po’ si chiamava Napoleone, si, Napoleone Messana, il mio maestro, forse anche maestro di vita.
