di Salvatore Petrotto il 28 gennaio 2010 (articolo visto 287 volte)

Il Boom Economico Ed Il Crollo Edilizio. Prima Puntata

L’espansione dei nostri paesi, delle nostre città, al di fuori dei centri storici, ne ha provocato, com’è risaputo, un colpevole abbandono da parte di tutti, cittadini e pubbliche istituzioni.

Vorrei soltanto raccontare la vicenda del mio comune che, per certi versi oltre che simile a quella di tanti altri centri siciliani, è anche emblematica di come nel passato e nel presente, la logica indotta, propria dell’emergenziale ed a volte falso bisogno di alloggi, ha scatenato ed in parte scatena ancora oggi, le fameliche brame di chi ha fagocitato e continua a fagocitare i nostri territori, alla ricerca sempre di nuove aree per l’edificazione.

Guai a fermare la ‘muratura’, ebbero modo di dirmi qualche decennio addietro alcuni benpensanti.
Ho capito, in taluni casi immediatamente, in altri casi a distanza di tempo, cosa volevano rassegnare alla mia modesta comprensione, i fautori della cosiddetta ‘muratura’.

In altri termini, l’espansione edilizia senza tregua, sconfinata, senza limiti, ovunque, in ogni singola particella del territorio, ha alimentato, non solo il perverso ciclo del calcestruzzo, più o meno depotenziato, ma ci ha fatto intravedere una illusoria e quanto mai falsa prospettiva di sviluppo economico ed occupazionale.
In realtà tale bramosia di nuove costruzioni ha fatto impoverire i nostri territori, con la costruzione di miliardi di metri cubi di quanto mai inutili e obbrobriosi edifici, la maggior parte delle quali ovviamente bruttissimi, incompleti, per niente funzionali e realizzati in totale assenza di opere di urbanizzazione.

Ma questa è la storia dell’abusivismo, più o meno di necessità, direbbe qualcuno, che si consuma contestualmente al veloce e progressivo abbandono dei centri storici che lasciati a sé stessi o puntellati da una miriade di grattacieli di sabbia, come nel caso di Agrigento, si stanno afflosciando su sé stessi, inghiottendo tutto ciò che incontrano, comprese le nostre vite, alla mercé del degrado e dei pericoli di crollo di cui la smania di edificatoria è la nostra tragica pietra tombale.

L’ansia del nuovo, del Secondo Dopoguerra che in tutta Italia induceva chiunque ad andare ad abitare, in quelli che amavamo chiamare quartini e cioè degli appartamenti incastonati in degli alveari di cemento all’interno dei quali oltre a provare un’insolita e seducente sensazione emanata da queste novità strutturali, costituite da quella miriade di celle che si arrampicavano su chilometri e chilometri di palazzine e palazzoni, pronti a seppellirvi dentro milioni e milioni di famiglie italiane che volevano dimenticare il vecchiume di una tragica storia che volevano dimenticare e rinnegare proprio perché insanguinata da una Guerra che quasi tutto aveva distrutto, compreso, ovviamente il rispetto per il nostro passato più meno bello e glorioso.

Morte e distruzione, Guerra e Passato, dovevano essere definitivamente dimenticate e cancellate.

E quale miglior modo c’era di lanciarsi in una forsennata nuova ed affascinante avventura, quella
del cemento armato, per sconfiggere proprio quell’oscuro e terribile passato.

Il cemento ha avuto una funzione catartica-

Le colate di calcestruzzo, i cubi ed i parallelepipedi disseminati ovunque nei paesi e nelle città facevano bella o se preferite brutta e cattiva mostra di sé-
Ma tutte quelle siepi di palazzi, di grattacieli, sembravano comunque bellissimi, proprio perché profumavano di nuovo e contribuivano enormemente a scacciare la paura e la morte che venivano identificate nel vecchio, in tutto ciò che era stato distrutto o scempiato dalla guerra o che era figlio della povertà e la fame. Bisognava cancellare lanciandosi nella forsennata corsa verso il nuovo, anche il ben che minimo ricordo delle tragiche morti provocate dagli incessanti bombardamenti, dalle persecuzioni, dalle rappresaglie, dalle faide, dalle vendette più o meno trasversali che si consumarono dentro e fuori un immane olocausto, conseguenza di tante follie collettive, da quella Hitleriana, a quella Mussoliniana, salvo a scoprire, ma volutamente, solo a distanza di tempo, a causa di una preventiva ed ideologica ipocrisia, anche quella Staliniana.

Come dimenticare tutto ciò se non dando vita, soprattutto sul finire degli anni Cinquanta, a quel boom economico, al nostro famoso cosiddetto miracolo italiano. Il tutto si colloca alla fine degli anni Cinquanta e si trascina sino all’inizio degli anni Sessanta, proprio alla fine dell’ultima sciagurata, totalitaria e del tutto catechizzante ideologia, quella staliniana.

Per noi il miracolo si invera partendo dalle economiche due ruote, la lambretta o la vespa, per poi viaggiare sull’automobile, l’utilitaria, la Cinquecento o la Seicento, alla ricerca di quel senso di libertà finalmente quasi alla portata di tutti e che ci conquistammo, debitamente motorizzati, viaggiando tra paesi e città, frattanto collegati da nuovissime reti stradali ed autostradali che allora agevolmente ed oggi un po’, per la verità, molto malamente, ci conducevano e continuano a condurci, in mezzo a delle foreste di cemento, a dei chilometrici filari di mattoni e di leggere e coloratissime tapparelle, che ci facevano scoprire un’altra grande novità, la plastica.
Di lì a poco le plastiche si sarebbero sparpagliate per l’intero pianeta.
L’economicità dei costi di sua produzione e lavorazione, la possibilità di disfarsene immediatamente, di buttarla via, in un continuo ed incessante usa e getta, contribuirono a dare definitivamente il là ad un imperante ed asfissiante planetario consumismo.

Come ben si può evincere una galoppante cultura che poco o niente guardava al passato, alla conservazione dell’esistente, tutta proiettata in avanti ci ha inesorabilmente impedito, soprattutto fino agli anni Settanta di coltivare quella necessaria sensibilità che ci induce a riscoprire le nostre radici ed anche le numerose cose belle proprie di un tempo che veniva visto come assai remoto.

E fu così che spuntarono i cosiddetti tolli in cemento armato, anche di decine e decine di piani che, con via via più insopportabile insistenza, svettarono anche in mezzo a taluni, medievali, rinascimentali e barocchi centri storici.
Mutò così definitivamente non solo lo sky line dei nostri centri abitati, deturpandoli, ma al loro interno si concentrarono migliaia di nuovi inquilini che si collocarono, disponendosi in tutte le altezze possibili ed immaginabili, in dei grattacieli assiepati l’uno accanto all’altro, senza rispettare alcuna distanza ed ovviamente non prevedendo le opportune aree di servizio, parcheggi e verde.

Tutti quanti furono improvvisamente catapultati con le loro macchinine, tra vecchi e decrepiti edifici storici e nuovissime costruzioni che, una dietro l’altra, o per meglio dire, una addosso all’altra, a migliaia e migliaia, sfidavano il cielo in maniera sfrontata e senza senso, toccandosi tra di loro in un abbraccio che da lì a poco si rivelerà un mortale impasto di cementificate storture umane.

Laddove c’era l’erba, frattanto, iniziavano a solidificarsi, ogni dove, nuove città, anch’esse nate e poi cresciute a casaccio, il cui unico criteri era costituito dall’ammonticchiarsi di piani su piani, senza tener conto di nulla e di nessuno.

Da quel momento in poi non ci sarebbe stato né passato, né futuro.

Il passato, in taluni casi irrimediabilmente cancellato da quell’irreale presente, oggi rischia di precipitarci addosso assieme a quei mostri di cemento ed ai fatiscenti ruderi abbandonati per lungo tempo, soprattutto nel nostro povero Sud Italia, dove peggiore e ben più grave è stata la devastazione umana, in lungo ed in largo, dentro e fuori i centri storici.

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