di Salvatore Petrotto il 25 luglio 2010 (articolo visto 348 volte)

LA BELLA PITTURA E LA LETTERATURA SONO LE NOSTRE CARTE DELL’IDENTITA’ SICILIANA

L’ARTE RINNOVA I POPOLI E NE RIVELA LA VITA…

Se oggi il sottoscritto si può beare di parlare bene del suo paese e riempirsi di orgoglio è perché qualcuno mi ha, ci ha lasciato in eredità delle stupende chiese, uno sfolgorante duomo, con dentro delle preziosissime opere d’arte, un superbo maniero in cima ad un monte o un pittoresco castello medievale, dei palazzi principeschi, un meraviglioso teatro ed un dedalo di piazze, vicoli, scorci ed anfratti o delle storiche fontane.
In tutte queste cose si addensa e si rapprende l’amaro od il mellifluo fluire della storia, della nostra storia che si manifesta nelle inestimabili preziosità del nostro passato, attraverso vicende vicine e lontane.
Ammaliati ed affascinati come siamo da quell’ estasiante e rarefatta bellezza che toglie il fiato, propria delle perle architettoniche, artistiche e paesaggistiche della Sicilia.

E non è forse proprio la bellezza una promessa di felicità?

Quando si dice che è bello ciò che piace e che la Sicilia tutta è la meta più ambita da turisti, visitatori e cultori di ogni genere di arte e di sapere!

Architetti, pittori, storici, scrittori, poeti ed artisti di ogni genere!

Forse non sono loro che hanno fatto e che potrebbero continuare a fare la differenza?

Volendo andare oltre, possiamo pure ricordare gli architetti e gli artisti greci e, facendo un mirabolante salto nella storia siamo riusciti a partorire, dalle nostre parti, quel capo dell’ufficio tecnico comunale di Agrigento, un tal Dionisio Sciascia che progettò e diresse i lavori di realizzazione dei favolosi ottocenteschi teatri di Agrigento e Racalmuto. Se ci aggrada un ulteriore passo indietro, con una sorta di capitombolo, di giravolta, sempre nel passato, volgendo i nostri sguardi verso alcuni monumentali oli su tela, possiamo estasiare la nostra mente anche al sol pensiero, rivolto magari al monoculus racalmutensis, alias uno dei maggiori pittori del Seicento siciliano, appunto il racalmutese Pietro D’Asaro.
Vogliamo far cominciare questo nostro tuffo nella pittura siciliana con Antonello da Messina e poi, a seguire, dalle rapide scorribande nell’isola, a Siracusa o Messina di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio?
L’emulazione di Caravaggio, il più grande genio della pittura, forse di tutti i tempi, dà la stura al cosiddetto manierismo.
Ed anche da noi abbiamo il nostro bravo caposcuola, il pittore toscano Filippo Paladini, stabilitosi proprio in Sicilia.
La cerchia dei pittori in cui si colloca il racalmutese Pietro D’asaro è questa, grosso modo, con al suo interno Giuseppe Salerno e Gaspare Vazzano, noti ambedue con il nome di Zoppo di Gangi.
Addirittura il compianto Padre Biagio Alessi scoprì che il figlio di Gaspare Vazzano, sposò la sorella minore del D’Asaro.
Pietro D’Asaro, era, come sappiamo, privo di un occhio, tant’è che amava firmarsi, Monoculus Racalmutensis e, per un pittore, avere un occhio solo, dovette essere un bel guaio.
In compenso non gli mancava una certa beffarda ironia.
Scherzo della sorte, oltre ad essere discepolo dello ‘Zoppo di Gangi’, come abbiamo rilevato, i due diventarono pure parenti e, comunque, tra maestro ed allievo si stabilì uno strano sodalizio di menomati.
Il mezzo Orbo di Racalmuto e lo Zoppo di Gangi, ci risero pure sopra, riguardo a questi loro handicap, esaltati e sublimati, nei loro nomi d’arte.
Quando si dice che non sono tanto i pregi, bensì i difetti a far conoscere le nostre virtù!
Ed nel Settecento il Provenzani di Palma di Montechiaro, Fedele da San Biagio o Fra Felice da Sambuca, lasciarono ulteriori preziosi segni di quella bella pittura, ispirata da nobili sentimenti, sia a Racalmuto che in giro per la Sicilia, ad ulteriore completamento degli ideali percorsi di una temperie artistica, figlia delle committenze sia religiose che laiche.

E così chiese, conventi e palazzi, vennero riempiti con quei prodotti artistici, la cui provenienza è riconducibile, come ben sappiamo, ad un coacervo di meditazioni culturali e di variegate civiltà che riuscirono ad attecchire, crescere e svilupparsi in questo nostro sacro triangolo di rara bellezza.
Tanto per rimanere in tema di Identità Siciliana, così come è stato anche ribattezzato l’Assessorato Regionale ai Beni ed alle Attività Culturali, non è forse nelle arti, quelle plastiche, pittoriche, figurative che possiamo rinvenire la sfolgorante e meravigliosa immagine della nostra terra?

L’immaginifico specchio di realtà e fantasie che appartengono all’estro di tanti geni della creatività, non è forse costituto da quel compendio di opere disseminate anche all’interno di scrigni archeologici unici, quali La Villa del Casale, di Piazza Armerina, con i suoi mosaici e le sue donne in bikini .
Od ancora le preziose e dorate immagini lasciateci dai musaicisti, di quel favoloso periodo arabo-normanno che, dalla Cappella Palatina di Palazzo dei Normanni, al Duomo di Morreale, per passare a quello di Cefalù, si sbizzarrirono nel tapezzare pareti, archi, volte ed absidi.
E le loro coloratissime pietruzze, assemblate in uno straordinario e miracoloso puzzle, appartengono più che alle cose di questo mondo, ad una dimensione che di terreno ha ben poco.
Piuttosto si tratta di una divina epifania, di una singolare essenza artistica e spirituale, contenuta in ogni centimetro quadrato di questa unica ed inimitabile carta d’identità siciliana.

Provate adesso, con grandissima ed ancora estasiante meraviglia a spulciare il capitolo degli scrittori.
Spostandoci soltanto di poco più di qualche decina di chilometri, possiamo tranquillamente goderci l’intera storia del Novecento Letterario Italiano, dall’universalmente famoso, il Girgentano Luigi Pirandello, all’immenso Racalmutese, Leonardo Sciascia, a quel Tomasi di Lampedusa, conteso tra Palma di Montechiaro e Santa Margherita Belice, per approdare a Porto Empedocle, a Vigata, in compagnia del Commissario Montalbano, una delle tante creature letterarie dell’effervescente genio creativo del grande Andrea Cammilleri.

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